lunedì 31 dicembre 2012

Istituto Magistrale "Tommaso Gullì" - Post n. 1747

Istituto Magistrale "Tommaso Gullì"
Classe Quarta sez. E  a.s. 1991/1992
In questa immagine inviata da Raffaella Santoro oltre al compianto prof.Domenico Licandro, di cui è nipote, sono presenti la Prof.ssa Santoro ed il Prof. Canale.

domenica 30 dicembre 2012

Giugno 1900 - Post n. 1746








Giugno 1900
Il settimanale di Reggio Calabria Ferruccio analizza l'operato del deputato Camagna.

sabato 29 dicembre 2012

Una delle foto che ha partecipato alla sesta edizione del Concorso fotografico - Post n. 1745

Via Marina
Immagine di Antonella Musolino che ha partecipato alla sesta edizione del concorso fotografico "Grazie a Diu sugnu i Riggiu" organizzato da "Reggio era..."

Affacciati dalla Rotonda - Post n. 1744

Rotonda del Lido Comunale

Prima del Terremoto - Post n. 1743

Duomo

Istituto Magistrale "Tommaso Gullì" - Post n. 1742

Istituto Magistrale "Tommaso Gullì"
Classe Quarta sez. F  a.s.1985-1986
Immagine pubblicata da Sabrina Morabito sulla pagina facebook Reggio era...

Istituto Magistrale "Tommaso Gullì" - Post n. 1741

Istituto Magistrale "Tommaso Gullì"
Classe Quarta sez.B  a.s. 1992/1993
Immagine inviata da Raffaella Santoro nipote del compianto prof. Domenico Licandro, presente nella foto.

venerdì 28 dicembre 2012

28 dicembre 1908 - Post n. 1740

Rovine di Piazza Carmine
Il terremoto di Reggio e Messina del 1908   è considerato uno degli eventi più catastrofici del XX secolo. Si verificò alle ore 05:21 del 28 dicembre 1908 e in 37 "lunghissimi" secondi danneggiò gravemente le città di Messina e Reggio.
Si tratta della più grave sciagura naturale in Europa per numero di vittime, a memoria d'uomo
Lunedì 28 dicembre 1908 un terremoto di 7,2  (XI Mercalli) si abbatté violentemente sullo Stretto, colpendo Messina e Reggio in tarda nottata (5,21 circa). Uno dei più potenti sismi della storia italiana aveva quindi colto la regione nel sonno, interrotto tutte le vie di comunicazione (strada, ferrovia, telegrafo, telefono), danneggiato i cavi elettrici e le tubazioni del gas, e sospeso così l'illuminazione stradale fino a Villa San Giovanni e a Palmi. Con lo strascico di un maremoto, l'evento devastò particolarmente Messina, causandovi il crollo del 90% degli edifici.
La relazione al Senato del Regno – datata 1909 – sul terremoto di Messina e Reggio è agghiacciante: «Un attimo della potenza degli elementi ha flagellato due nobilissime province – nobilissime e care – abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, sicché il grido pietoso scoppiava al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, fondendo e confondendo, in una gara di sacrificio e di fratellanza, ogni persona, ogni classe, ogni nazionalità. È la pietà dei vivi che tenta la rivincita dell’umanità sulle violenze della terra. Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, né ancor siamo in grado di misurare le proporzioni dell’abisso, dal cui fondo spaventoso vogliamo risorgere. Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e immediate provvidenze sono necessarie».
I Siciliani e i Calabresi vennero immediatamente soccorsi, martedì 29, da navi russe e inglesi che erano alla fonda a Siracusa e ad Augusta.
Tra le prime squadre di soccorso che giunsero a Reggio vi fu quella proveniente da Cosenza, guidata dall’esponente socialista Pietro Mancini (padre di Giacomo) che dichiarò:
« Le descrizioni dei giornali di Reggio e dintorni sono al di sotto del vero. Nessuna parola, la più esagerata, può darvene l’idea. Bisogna avere visto. Immaginate tutto ciò che vi può essere di più triste, di più desolante. Immaginate una città abbattuta totalmente, degli inebetiti per le vie, dei cadaveri in putrefazione ad ogni angolo di via, e voi avrete un’idea approssimativa di che cos’è Reggio, la bella città che fu. »
E ancora i giornali scrissero:
« Oramai non v’è dubbio che, se a Reggio fossero giunti pronti i soccorsi, a quest’ora non si sarebbero dovute deplorare tante vittime. »
« Si è assodato che Reggio rimase per due giorni in quasi completo abbandono. I primi ad accorrere il giorno 28 in suo soccorso vennero a piedi da Lazzaro – insieme al generale Mazzitelli e a poche centinaia di soldati: furono i dottori Annetta e Bellizzi in unione ai componenti la squadra agricola operaia di Cirò, forte di 150 uomini accompagnati dall’avv. Berardelli di Cosenza. Questa squadra ebbe contegno mirabile e diede aiuto alle migliaia di feriti giacenti presso la stazione. Gli stessi operai provvidero allo sgombero della linea ferroviaria favorendo la riattivazione delle comunicazioni ferroviarie. Appena giunti furono circondati da una turba di affamati e il pane da essi portato veniva loro strappato letteralmente dalle mani. Sicché essi dovettero patire la fame fino al giorno 30 quando cominciò l’arrivo delle navi. »
Reggio Calabria - Corso Garibaldi

Reggio andarono distrutti diversi edifici pubblici. Caserme e ospedali subirono gravi danni, 600 le vittime del 22º fanteria dislocate nella caserma Mezzacapo, all'Ospedale civile, su 230 malati ricoverati se ne salvarono solo 29.

A Palmi crollarono numerose case, andò distrutta la chiesa di San Rocco, il Duomo e diversi edifici pubblici. A Tiriolo nei pressi di Catanzaro si ebbero molti danni ma fortunatamente pochi gli scomparsi data la modesta dimensione delle abitazioni. In Sicilia si ebbero crolli a MalettoBelpassoMineo, S. Giovanni di GiarreRipostoSanta Teresa di Riva e Noto. A Casalvecchio Siculo cadde parte della seicentesca Chiesa Matrice; a Savoca crollò la sede municipale, un trecentesco palazzo chiamato altresì Curia. A Caltagirone crollò per metà il quartiere militare.
Messina - Le rovine
A Messina, maggiormente sinistrata, rimasero sotto le macerie ricchi e poveri, autorità civili e militari. Nella nuvola di polvere che oscurò il cielo, sotto una pioggia torrenziale e al buio, i sopravvissuti inebetiti dalla sventura e semivestiti non riuscirono a rendersi conto immediatamente dell’accaduto. Alcuni si diressero verso il mare, altri rimasero nei pressi delle loro abitazioni nel generoso tentativo di portare soccorso a familiari e amici. Qui furono colti dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubature interrotte. Tra voragini e montagne di macerie gli incendi si estesero, andarono in fiamme case, edifici e palazzi ubicati nella zona di via Cavour, via Cardines, via della Riviera, corso dei Mille, via Monastero Sant'Agostino.
Ai danni provocati dalle scosse sismiche e a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal maremoto, di impressionante violenza, che si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate devastanti stimate, a seconda delle località della costa orientale della Sicilia, da 6 m a 12 m di altezza (13 metri a Pellaro, frazione di Reggio). Lo tsunami in questo caso provocò molte vittime, fra i sopravvissuti che si erano ammassati sulla riva del mare, alla ricerca di un'ingannevole protezione. Improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli e incendi, trascinate al largo affogarono miseramente. Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l’una con l’altra ma subendo danni limitati. Il villaggio del Faro a pochi chilometri da Messina andò quasi integralmente distrutto. La furia delle onde spazzò via le case situate nelle vicinanze della spiaggia anche in altre zone. Le località più duramente colpite furono PellaroLazzaro e Gallico sulle coste calabresi; Briga e ParadisoSant'Alessio e fino a Riposto su quelle siciliane. 
Gravissimo fu il bilancio delle vittime: Messina, che all’epoca contava circa 140.000 abitanti, ne perse circa 80.000 e Reggio Calabria registrò circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti. 
Secondo altre stime si raggiunse la cifra impressionante di 120.000 vittime, 80.000 in Sicilia e 40.000 in Calabria. Altissimo fu il numero dei feriti e catastrofici furono i danni materiali. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle giornate successive e fin quasi alla fine del mese di marzo 1909.

Luoghi di interesse artistico o culturale 

Molte delle monumentali costruzioni dei centri urbani subirono numerosi danni che, pur se non irreparabili, comportarono la loro demolizione per l'attuazione dei piani regolatori redatti dagli ingegneri Borzì e De Nava. Essi previdero la realizzazione di città quasi totalmente nuove, con palazzi di modesta altezza (non più di due o tre piani, anche per quelli pubblici) e lunghe strade larghe e diritte con una pianta ortogonale. Il Piano Regolatore dell'ingegnere Luigi Borzì prevedeva, per la città di Messina, un acquedotto della portata di quindicimila metri cubi d'acqua al giorno. La città veniva inoltre delimitata a ovest dalle pendici dei Peloritani, a sud dal torrente Gazzi e dalla Zona industriale, e a nord dal torrente Annunziata.

Numerose furono le costruzioni vittima dei danni del terremoto e delle successive demolizioni:
  • A Messina la imponente Palazzata o Teatro marittimo, lunghissima teoria di palazzi senza soluzione di continuità affacciata sul porto (opera seicentesca dell'architetto Simone Gullì e poi ricostruita, dopo il terremoto del 1783, dall'architetto Giacomo Minutoli); il ricchissimo Palazzo Municipale, opera seicentesca di Giacomo Del Duca, incluso nella Palazzata; il palazzo della Dogana, costruito sui resti del Palazzo reale, a sua volta crollato nel terremoto del 1783; tantissime chiese, tra cui quella di San Gregorio, nella parte collinare della città sopra la via dei Monasteri (oggi via XXIV maggio), quella della SS. Annunziata dei Teatini, opera di Guarino Guarini e la Concattedrale dell'Archimandritato del Santissimo Salvatore, ricostruita nel XVI secolo da Carlo V alla foce del torrente Annunziata, sul posto dell'attuale Museo regionale; il Duomo, ricostruito poi dall'architetto Valenti secondo le linee presunte dell'originaria struttura normanna e molti edifici pubblici; la sede della storica Università, fondata come primo collegio gesuitico al mondo nel 1548.
  • A Reggio la lunghissima Real Palazzina, costituita da un continuo susseguirsi di eleganti edifici napoleonici, affacciata sull'antico lungomare; l'imponente Palazzo San Giorgio (Palazzo Municipale), poi ricostruito dall'architetto Ernesto Basile; l'elegante Villa Genoese-Zerbi, esempio di barocco seicentesco della città; gli importanti palazzi Mantica, Ramirez e Rettano; moltissime chiese e basiliche tra cui il ricchissimo Duomo barocco, poi ricostruito divenendo l'edificio sacro più grande in Calabria; l'antichissima basilica bizantina della Cattolica dei Greci; le fontane monumentali sul lungomare e un gran numero di imponenti e importanti edifici pubblici e privati.
Le due città persero così gran parte della memoria storica legata a quella che era stata l'evoluzione urbanistica nei secoli precedenti; inoltre caserme e ospedali in entrambe le città subirono danni gravi: all'ospedale civile, su 230 malati in ricovero se ne salvarono soltanto 29. Alcuni edifici vennero letteralmente sgretolati, come polverizzati, e la popolazione che vi abitava fu colta dal sisma nelle ore notturne e non ebbe il tempo di mettersi in salvo.
Nel porto di Reggio, la linea ferrata costiera venne letteralmente divelta, molti vagoni furono ripescati in mare.

Prime notizie e soccorsi 

A Messina, sede della 1º squadriglia torpediniere della Regia Marina, si trovarono ancorate nel porto le torpediniere SaffoSerpente,ScorpioneSpica e l'incrociatore Piemonte; a bordo di quest’ultimo un equipaggio di 263 uomini tra ufficiali, sottufficiali e marinai. Alle otto del mattino della stessa giornata del 28, la “Saffo”, riuscì ad aprirsi un varco fra i rottami del porto. I suoi uomini e quelli della R.N. “Piemonte” sbarcarono dando così inizio alle prime opere di soccorso. Raccolte immediatamente oltre 400 persone, tra feriti e profughi, le stesse furono successivamente trasportate via mare a Milazzo. Non fu possibile ritrovare vivo il comandante della “Piemonte”, Francesco Passino, sceso a terra nella serata precedente per raggiungere la famiglia e deceduto unitamente alla stessa a causa dei crolli. A bordo dell’incrociatore, raggiunto da alcuni ufficiali dell’esercito sopravvissuti al disastro e in accordo con le autorità civili, furono assunti i primi provvedimenti per raccogliere e inquadrare il personale disponibile, informare dell’accaduto il Governo e chiedere rinforzi.

Allo scopo l’incarico fu attribuito al tenente di vascello A. Belleni che con la sua torpediniera, la “Spica” e altre unità lasciò il porto di Messina, malgrado le cattive condizioni del mare, raggiungendo nel primo pomeriggio Marina di Nicotera da dove riuscì a trasmettere un dispaccio telegrafico. Il messaggio arrivò a Roma dopo tre-quattro ore, non si sa perché (forse le linee telegrafiche parzialmente danneggiate, nel tratto a nord di Nicotera). Dello stesso fu poi data comunicazione anche al ministro delle Marina:
« Oggi la nave torpediniera Spica, da Marina di Nicotera, ha trasmesso alle ore 17,25 un telegramma in cui si dice che buona parte della città di Messina è distrutta. Vi sono molti morti e parecchie centinaia di case crollate. È spaventevole dover provvedere allo sgombero delle macerie, poiché i mezzi locali sono insufficienti. Urgono soccorsi, vettovagliamenti, assistenza ai feriti. Ogni aiuto è inadeguato alla gravità del disastro. Il comandante Passino è morto sotto le macerie. »

Azione del Governo e della Marina italiana e straniera  

All'alba del 29 una squadra navale russa alla fonda ad Augusta si era diretta a tutta forza verso la città di Messina con le navi "Makaroff", "Guilak", "Korietz", "Bogatir", "Slava", "Cesarevitc". Subito dopo fecero la loro comparsa le navi da guerra inglesi "Sutley", "Minerva", "Lancaster", "Exmouth", "Duncan", "Euryalus". Il comandante russo Ammiraglio Ponomareff fece approntare i primi soccorsi prestando anche opera di ordine pubblico.

Dopo cominciarono ad arrivare le navi italiane che si ancorarono ormai in terza fila. Malgrado la sorpresa, nessuno se la prese più di tanto anche se, qualche tempo dopo, la stampa intervenne polemicamente.
Messe in mare le scialuppe anche gli equipaggi italiani furono sbarcati e impiegati secondo le esigenze del caso. Il Re e la regina arrivarono all’alba del 30. Con una lancia a motore, accompagnati dai ministri Bertolini e Orlando, percorsero la costa per poi fare ritorno a bordo della loro nave. Data la gravità e le difficoltà della situazione, la regina rimasta sulla corazzata contribuì con grande impegno alla cura degli infermi mentre il Re raggiunse la terraferma per portare alle truppe italiane e straniere, impegnate nelle difficili operazioni di prima assistenza, le proprie espressioni di elogio e riconoscenza.
Le navi da guerra, trasformate ormai in ospedali e trasporti, caricati i feriti fecero poi la spola con Napoli e altre città costiere occupandosi anche di trasferire le truppe già concentrate nei porti e in attesa di destinazione. Cominciò l’afflusso di uomini tra cui i Carabinieri delle legioni di Palermo e di Bari e molteplici reparti dell’esercito. A chi arrivò di notte la città di Messina apparve illuminata dagli incendi che continuarono ad ardere per parecchi giorni.
La R.N. "Napoli" da Messina si trasferì a Reggio. Il suo comandante Umberto Cagni, assunto provvisoriamente il comando della "piazza" e delle operazioni di soccorso, sbarcò i marinai della nave per organizzare l’assistenza e impiantare un primo ospedale da campo destinato alla medicazione dei feriti leggeri. Quelli più gravi furono trasportati a bordo. Il Cagni divise poi la città in varie zone assegnandole agli uomini della "Napoli" e alle truppe dell’esercito già disponibili in loco tra cui i superstiti del 22º fanteria e alcuni distaccamenti del 2º bersaglieri sopraggiunti nel frattempo. I marinai assieme ad alcuni nuclei di carabinieri organizzarono anche pattuglie di ronda con lo scopo di provvedere anche alle esigenze di Pubblica Sicurezza.
La stampa uscì con le prime edizioni dei giornali riportando dapprima dati sintetici e poi informazioni dettagliate con il sopraggiungere di notizie più certe e particolareggiate.
Il Corriere della Sera, il giorno 30, uscì con questo commosso e drammatico titolo: "ORA DI STRAZIO E DI MORTE. Due città d'Italia distrutte. I nostri fratelli uccisi a decine di migliaia a Reggio e Messina".
L'Italia, sbalordita, seppe così che a Reggio, a Messina, interi quartieri erano crollati, che sotto le macerie di case, ospedali e caserme erano scomparsi interi nuclei familiari, malati, funzionari, guardie e soldati. Venne inoltre a conoscenza della meravigliosa gara di solidarietà internazionale apertasi tra navi straniere e italiane per portare aiuto ai superstiti e trasportare sui luoghi colpiti dal sisma i materiali e gli uomini necessari.
Il mondo intero si commosse: capi di Stato, di Governo e Papa Pio X espressero il loro cordoglio e inviarono notevoli aiuti anche finanziari. Unità da guerra francesi, tedesche, spagnole (incrociatore Princesa de Asturias), greche e di altre nazionalità lasciarono i loro ormeggi e, raggiunte le due sponde dello Stretto, misero a disposizione anche i propri equipaggi per provvedere a quanto necessario distinguendosi peraltro nel corso delle azioni cui presero parte.
In tutta Italia, oltre agli interventi organizzati dalla Croce Rossa e dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, si formarono comitati di soccorso per la raccolta di denaro, viveri e indumenti. Da molte province, partirono squadre di volontari composte da medici, ingegneri, tecnici, operai, sacerdoti e insegnanti per portare, malgrado le difficoltà di trasferimento esistenti, il loro fattivo sostegno alle zone terremotate. Anche le Ferrovie, ormai dello Stato, inviarono proprio personale: tra questi Gaetano Quasimodo, che raggiunse Messina con al seguito la famiglia e in particolare il figlioletto di soli 7 anni Salvatore, futuro premio Nobel per la letteratura.
Fonte: Wikipedia

Le poesie del passato - Post n. 1739


Antonietta Pugliatti ci ricorda Le ciaramelle.
"E’ una antica ninna nanna. E’ un canto del cuore che ci fa tornare bambini, quando ci stupivamo per un nonnulla ed eravamo in grado di assaporare la felicità in un’attesa, in un pacco da scartare, in un’eco lontana che annunciava l’arrivo delle ciaramelle..."

Le ciaramelle (Canti di Castelvecchio) 1907 Giovanni Pascoli


Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

giovedì 27 dicembre 2012

Scuola elementare "Lucianum" - Post n. 1738

Scuola elementare Lucianum
Classe quinta a.s. 1978/1979
Maggio 1979 gita a Roma
Immagine pubblicata da Giuseppe Messineo nella pagina fb del gruppo Parrocchia di S. Lucia di Reggio Calabria dal...1953 ad oggi 

mercoledì 26 dicembre 2012

Una delle foto che ha partecipato alla sesta edizione del Concorso fotografico - Post n. 1737

Ferruzzano
Antico Borgo abbandonato
Immagine  di  Domenico Labate che ha partecipato alla sesta edizione del concorso fotografico "Grazie a Diu sugnu i Riggiu" organizzato da "Reggio era..."

Anni '60 - Post n. 1736

Piazza de Nava

Anno 1988 - Post n. 1735

Polisportiva Lucianum
In questa foto, dell'anno 1988, il primo a sx della prima fila, è Sandro Pilato, un carissimo amico d'infanzia ed una persona  buona e sincera. Con la sua morte improvvisa, lasciò un vuoto incolmabile all'intera comunità della Chiesa di Santa Lucia di cui faceva parte attivamente.

martedì 25 dicembre 2012

Corso Garibaldi anno 1922 - Post n. 1734

Corso Garibaldi
La cartolina sopra riprodotta è una edizione dei fratelli Diena - Torino.
In alcuni locali del Palazzo Melissari, a sinistra della cartolina, sono ubicati gli uffici della Navigazione Generale Italiana. Una baracca occupa parte dell'area destinata al Teatro Comunale. 
Una tabella, posta sul palo dell'energia elettrica, indica agli autisti di "procedere a passo". 
Da notare gli eleganti abiti delle signore.

Fonte: La ricostruzione dopo il baraccamento

Ciucciu bellu - Post n. 1733

                                           
               "Ciucciu bellu "


Avia nu sceccareddhu


ch'era na cosa fina

si la facia ragghiandu

da sira a la matina

U ragghiu chi faciva

pariva nu tenori

ciucciu bellu di stu cori


comu ti pozzu amà



Quandu ragghiava faciva


ia ia ia ciucciu bellu di stu cori


comu ti pozzu amà



Quandu m'è morta moglima


non 'ndeppi dispiaciri


senza suspiri e lacrimi


ma ietti a sutterrà


Mò chi m'è mortu u ciucciu


ciangiu cu gran duluru


ciucciu bellu di stu cori


comu ti pozzu amà


Nu iornu immu a spassu

nci misi a brigghia d'oru


e ammenzu a ddhi signori


si misi poi a ragghià



U ragghiu chi faciva

pariva nu tenori


ciucciu bellu di stu cori


comu ti pozzu amà



Quandu ragghiava faciva

ia ia ia ciucciu bellu di stu cori


comu ti pozzu amà

   
                            Mino Reitano ad Adesso Musica                                     

lunedì 24 dicembre 2012

Natale a casa di fans di Reggio era... - Post n. 1731



Nel ringraziare i fans che hanno reso possibile la realizzazione del video, auguro a tutti un sereno Natale.

domenica 23 dicembre 2012

venerdì 21 dicembre 2012

Una delle foto che ha partecipato alla sesta edizione del Concorso fotografico - Post n. 1723

Chianalea
Immagine  di Marina Mazzeo che ha partecipato alla Sesta edizione del concorso fotografico "Grazie a Diu sugnu i Riggiu" organizzato da "Reggio era..." 

2 luglio 2011 - Post n. 1722

Amato
Immagine di Francesco Luigi Chirico

lunedì 17 dicembre 2012

domenica 16 dicembre 2012

Anno 1968 - Post 1717

Lido Cenide
Villa S. Giovanni

Ottocento - Post n. 1716

Panorama
Stampa ottocentesca della città di Reggio Calabria.
Un sentito grazie Marcello G. Novello per averci fornito i seguenti particolari: 

L'artista è Sir Edward Lear (Londra, 12 maggio - Sanremo, 29 gennaio 1888), oggi sepolto nell'Abbazia di Westminster.
Questa immagine è stata disegnata nel 1847, durante il viaggio da lui compiuto nella nostra Provincia. Di questa esperienza tenne un diario ancora reperibile in commercio dal titolo "Diario di un viaggio a piedi, Reggio Calabria e la sua Provincia, 25 luglio - 5 settembre 1847".

Domenica 6 febbraio 1881 - Post n. 1715




In questo articolo, pubblicato su l'Avvenire il 6 febbraio 1881, il giornalista riferisce di un episodio accaduto alla sala d'aspetto delle R. Poste.

Mino a Fiumara - Post 1714


Mino Reitano ricorda il suo passato durante un concerto nella nativa Fiumara.

sabato 15 dicembre 2012

Anno 1853 - Post n. 1713

Castello Aragonese
Il Castello Aragonese in una illustrazione del paesaggista tedesco Henry Jaeckel nell'anno 1853.

Una delle foto che ha partecipato alla sesta edizione del Concorso fotografico - Post n. 1712

Bagliori sullo Stretto
Immagine  di  Fabio Albanese che ha partecipato alla sesta edizione del concorso fotografico "Grazie a Diu sugnu i Riggiu" organizzato da "Reggio era..." 

Anni '50 - Post n. 1711

Corso Garibaldi
e
Piazza De Nava

Anni '60 - Post n. 1710

Ponte Calopinace

Petrali - Post n. 1709


Sono dei dolci, tipici di Reggio Calabria, in pastafrolla,   a forma di mezzaluna con all'interno un ripieno ottenuto facendo macerare nel vin cotto e nel caffè zuccherato un tritato di fichi secchi, noci, mandorle, buccia d'arancia e mandarino
L'esterno è solitamente guarnito con una spennellata di rosso d'uovo sbattuto e diavoletti colorati; possono essere guarniti anche con glassa di zucchero, cioccolato fondente o cioccolato bianco.
Vengono solitamente preparati e consumati durante le festività natalizie.

Ingredienti
per il ripieno:
- 1/2 Kg. mandorle
- 1 Kg. noci
- 1 tazza di cioccolato amaro in polvere
- 1 tazza di caffè
- 1 tazza di mosto cotto
- 4 cucchiai abbondanti di miele
- cannella
- cioccolato fondente a pezzi piccoli

per la sfoglia:
- 1 Kg. di farina
- 5 uova intere
- 300 gr. di zucchero
- 2 buste di vaniglia
- 400 gr. di burro
- 2 bustine di lievito
- la buccia grattugiata di un limone

Preparazione
  • Sgusciate le mandorle, pelatele e fatele tostare al forno.
  • Sgusciate le noci.
  • Macinate le mandorle, le noci i fichi, e mescolateli al miele.
  • Aggiungete poco alla volta, alternando, un poco di caffè, cioccolato in polvere, mosto cotto, cioccolato fondente a pezzi e cannella.
  • Continuate in questo modo fino alla fine degli ingredienti, sempre mescolando, fino ad ottenere una pasta ben amalgamata
  • Coprite con un coperchio e lasciate riposare per almeno un giorno (fino a 3 - 4 giorni).
  • Per la sfoglia di copertura fate un cerchio con la farina e nel foro centrale mescolate tutti gli ingredienti partendo dallo zucchero come base, poi le uova e quindi tutto il resto fino al lievito che va aggiunto per ultimo.
  • Mescolate bene e poi rapidamente unitevi la farina lavorando il tutto molto delicatamente fino ad ottenere una pasta liscia e compatta.
  • Fatene una palla, copritela con un tovagliolo bianco bagnato e fatela riposare per una decina di minuti.
  • Intanto scaldate il forno a 200°.
  • Allargate la pasta e, con una tazza, fate dei dischi di circa 10 cm di diametro.
  • Ponete un cucchiaio di ripieno al centro del disco.
  • Coprite il ripieno rigirando il disco di pasta su se stesso.
  • Con la rotellina da dolci ritagliate la pasta in eccesso.
  • Quando avete esaurito gli ingredienti, preparate delle teglie da forno unte e infarinate.
  • Sistematevi sopra i dolci ad una giusta distanza, in modo che cuocendo non si uniscano tra di loro. Infornate e fate cuocere fino a che non abbiano preso un buon colore dorato in superficie.
  • Levateli dal forno e copriteli con un velo di cioccolato fondente sciolto a bagno maria (o glassa di zucchero oppure una spennellata di rosso d'uovo sbattuto) e versatevi sopra i diavoletti colorati.

Buon appetito

Anni '60 - Post n. 1708

Via San Giovanni
Prunella fraz. di Melito P.S.

Anno 1953 - Post n. 1707

Corso Vittorio Emanuele
Locri